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Il dermatologo non teme la tecnologia
Il Congresso annuale dell'ISPLAD si è concentrato sulle nuove tecnologie a disposizione della dermatologia
di Giorgio Bartolomucci
C'era una volta il dermatologo che munito solo della scienza e dell'esperienza dei suoi sensi riusciva a fare diagnosi brillanti. Oggi, a fronte dello sviluppo delle moderne tecnologie, questo stereotipo di professionista appare anacronistico e, sicuramente, avrebbe troppe difficoltà a rispondere a pazienti sempre più esigenti e informati. Partendo da questa premessa, il comitato direttivo
dell'ISPLAD (l'International Society of Plastic Aesthetic and Oncologic
Dermatology), molto attento al profilo di modernità che deve avere il processo formativo di un professionista della pelle, ha recentemente organizzato il 1o International Meeting sull' High Technology in
Dermatology. Lo scopo dichiarato è stato quello di discutere sulle tante nuove possibilità a disposizione della dermatologia, ma, probabilmente, si voleva anche dimostrare che il dermatologo plastico non soffre di
tecnofobia, ovvero non ha paura e non rifiuta le innovazioni tecnologiche. Nella categoria, infatti, non sembra del tutto superata la contrapposizione fra chi vive le recenti tecnologie con entusiamo e chi le considera una forma di schiavitù, spesso
pervasiva, in grado di modificare in peggio le abitudini e i comportamenti del medico nell'approccio con l'individuo. Ma vediamo di inquadrare in maniera obiettiva i termini del problema. Se nessuno nega che l'espandersi della società dell'informazione e la moltiplicazione dei dispositivi elettronici e digitali, sempre più efficaci, maneggevoli e sicuri, permettono di lavorare meglio, offrendo risposte diagnostiche e terapeutiche più accurate ai pazienti, il medico – dicono quelli che si sentono costretti a una convivenza più o meno forzata con le tecnologie – deve riappropriarsi della necessaria centralità all'interno di un rapporto medico-paziente e di un ambulatorio che le macchine possono far apparire solo più organizzato e moderno. Senza contare – aggiungono I tecnoscettici - che per un libero professionista i possibili aspetti negativi legati all'uso delle macchine sono così evidenti che si è giunti perfino a parlare di
tecnostress: una condizione dovuta proprio all'aumento dei rischi. Inoltre - si continua - avendo a che fare con apparecchiature basate su metodologie spesso complesse e principi molto diversi fra loro, talora si crea un sovraccarico informativo e si rischia di usarle, quando va bene, in modo mediocre. E ció genera facilmente ansia. Di questo si parlava nei corridoi del Congresso mentre nelle sale si discuteva dei pro e contro delle nuove tecnologie in grado di intervenire in maniera meno invasiva ma molto efficace: tecniche che prevedono l'impiego di energie di vario genere per migliorare la cute, gli inestetismi del tessuto adiposo, tonificare la muscolatura o dare sostegno ai tessuti rilassati. Dalla radiofrequenza alle energie luminose - luce pulsata, ultravioletta, infrarossa e laser - le apparecchiature sono sempre più sofisticate e precise e consentono di eliminare inestetismi di varia natura, quali macchie cutanee o tatuaggi, angiomi, teleangectasie e
couperose; oppure si fondano sulla energia meccanica (vibrazioni, onde d'urto) finalizzata al miglioramento della postura e a quello del tono muscolare. Per ognuna di queste metodiche, i relatori hanno messo in evidenza proprietà, limiti e in alcuni casi i rischi. A caso, dagli appunti presi durante le varie sessioni, leggiamo: eritema, ustioni e problemi della vista se non si usano le opportune protezioni durante le applicazioni Laser o di Luce Pulsata; ustioni chimiche legate agli elettrodi nel corso di ionoforesi; ustioni cutanee se la potenza degli ultrasuoni applicati è troppo elevata. E per concludere va detto che, alla fine della sessione sulla Cavitazione, sul volto di molti medici regnava un'ombra di incertezza e preoccupazione. Vuoi per la complessità teorica della metodica o più semplicemente perché bisogna accettare che, al di là degli aspetti generazionali, non tutti siamo uguali e se ci sono persone che sanno destreggiarsi bene fra nozioni di fisica, chimica ed elettromagnetica, altre hanno difficoltà o non ci riescono proprio. E inevitabilmente sono questi che accusano per primi i sintomi del
tecnostress: mal di testa, calo della concentrazione, irritabilità, disturbi del sonno e, alla lunga, problemi alla
salute
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