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La sindrome di Kawasaki
A piu' di trent’anni dall’identificazione di questa
sindrome non si e' ancora chiarito se si tratti di una nuova patologia o se
essa sia sempre esistita. A dirlo e' Tomisaku Kawasaki, lo scienziato
giapponese da cui prende il nome, intervenuto a Bellaria al V° congresso
Nazionale ''Dermatologia per il Pediatra''.
del Dott. Giuseppe Di Giovanni,
Pediatra La malattia di Kawasaki e' una nuova
malattia? A rilanciare questo quesito e' stato un articolo pubblicato da
Sarah Long sul J Pediatra cui ha recentemente risposto su Acta Paediatr,
Tomisaku Kawasaki, lo scienziato giapponese che per la prima volta
descrisse questa sindrome nel 1967. Anche lui non ne e' certo e aspetta
il momento in cui si trovera' la vera causa di tale malattia per
esprimere la sua opinione definitiva.
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Questa vasculite multisistemica
tipicamente infantile mostra una marcata preferenza per i bambini di
origine giapponese e asiatica con una incidenza di circa di circa 100
casi ogni 100.000 bambini sotto l'eta' dei cinque anni. Negli USA e' di
circa 8 - 10 e in Inghilterra 4, mentre secondo alcuni studi l'incidenza
in Italia sarebbe di 14 casi su 100.000 bambini. La malattia colpisce
entrambi i sessi (con una lieve prevalenza per quello maschile) a
partire dai primi mesi di vita fino ai 5 - 6 anni con un picco di
incidenza intorno all'anno di vita e piu' di rado dopo i 6 anni. |
Non vi e' tuttora alcun esame di
laboratorio che permetta di differenziare con sicurezza la malattia di
Kawasaki dalle altre sindromi ad espressione muco-cutanea; la diagnosi
si basa essenzialmente su dati clinici e di laboratorio. I criteri per
la diagnosi della malattia di Kawasaki sono riportati nella Tabella I.
Ciascuno di questi sintomi, preso in se', e'
alquanto aspecifico poiche' e' riscontrabile in numerose, e non rare,
malattie pediatriche, per formulare la diagnosi sono quindi necessari
almeno cinque dei sei criteri riportati. La febbre puo' durare anche
diverse settimane; la congiuntivite e la linfoadenopatia sono gia'
presenti nei primi giorni di malattia; l'esantema e' polimorfo e compare
dopo qualche giorno dall'inizio della malattia unito alla cheilite, come
pure le modificazioni delle estremita' rappresentate da edema,
arrossamento e desquamazione periungueale.
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Tab. I
1) Febbre (39-40°) persistente per 5 giorni o piu', resistente a
antibiotici e antipiretici 2) Alterazioni delle estremita' periferiche:
- Stadio iniziale: arrossamento delle palme delle mani e delle piante
dei piedi, edema indurativo palmare e plantare
- Stadio convalescente: desquamazione membranosa delle estremita'
delle dita e fissurazioni ungueali (linee di Bow's)
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3) Eritema polimorfo
4) Congestione congiuntivale bilaterale
- 5) Alterazioni delle labbra e della cavita' orale:
arrossamento delle labbra
- lingua color fragola
- arrossamento diffuso della mucosa orale e faringea
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6) Linfoadenopatia cervicale acuta non purulenta
Altri sintomi sono possibili a livello
gastro - intestinale (diarrea, vomito, dolori addominali, compromissione
epatica, ecc.), delle articolazioni (artralgie), dell'occhio (uveite),
dei reni (ematuria, proteinuria, leucocituria). Abbastanza costanti sono
le alterazioni dei dati di laboratorio che consistono in: o marcata
alterazione dei sintomi di flogosi (leucocitosi neutrofila, VES alta,
aumento delle alfa2 globuline, positivita' della Proteina C Reattiva,
aumento del fibrinogeno, della tromboglobulina e dei fattori piastrinico
IV e VIII. o alterazione dell'equilibrio immunologico (immunocomplessi
circolanti, C3, C4, aumento delle IgE e, non di rado, del rapporto T
helper/T suppressor per riduzione di quest'ultimi. Clinicamente e'
possibile suddividere il decorso della malattia in tre stadi: La fase
acuta dura circa dieci giorni, durante i quali e' probabile che tutti i
criteri diagnostici siano soddisfatti. I soggetti colpiti mostrano in
modo costante temperatura elevata, congiuntivite, lesioni mucose e
cutanee in particolare alle estremita', rash. La linfoadenopatia e' meno
frequente; l'irritabilita' e' intensa e si puo' riscontrare di frequente
la meningite asettica. Possono sopraggiungere miocarditi e pericarditi e
la causa di morte puo' essere una insufficienza cardiaca o una
disaritmia. La fase subacuta della malattia va dall'11° al 30° giorno
e' per lo piu' caratterizzata dalla riduzione della febbre. In tale
periodo compare con maggiore frequenza l'artrite, si ha una intensa
desquamazione cutanea che inizia a livello della giunzione delle unghie,
sulla punta delle dita, e' molto intensa ma non provoca dolore; si
estende sulle mani e sui piedi e puo' verificarsi, anche se piu'
raramente, in altre regioni specie nell'area perineale. E' questo il momento in cui e' massimo
il rischio di trombocitosi e aneurismi delle coronarie e alle cause di
morte gia' dette si aggiungono l'infarto o la possibile rottura di un
aneurisma. La terza fase della malattia che e' quella della
convalescenza inizia intorno al 25° giorno. Per mezzo dell'ecocardiogramma
in tale periodo si rivelano spesso aneurismi dell'arteria coronaria e
possono persistere l'artrite e la trombocitosi. Come evidenziato, le
complicanze piu' gravi della malattia di Kawasaki sono proprio quelle
dell'apparato cardiovascolare (aneurismi o stenosi segmentali).
A partire dal 40° giorno dalla
comparsa della malattia fino al 4° anno, si puo' assistere a processi
tardivi di stenosi, calcificazioni, ricanalizzazioni delle arterie
coronarie maggiori, fibrosi del miocardio e dell'endocardio che nel
corso della vita possono determinare elevati rischi cardiovascolari pari
a 2.8 volte di piu' rispetto alla popolazione generale (Nakamura, J
Epidemiol 2000). La prognosi degli aneurismi coronarici e' legata alle
loro dimensioni, il 60% delle sequele cardiache che compaiono nel 1°
mese di malattia regrediscono entro un anno se sono piu' piccoli di 5 mm
(Oki, Acta Paediatr 2001), discreta entro due anni se sono moderati, con
un calibro di 5 - 8 mm, e molto scarsa se superano gli 8 mm. La
patogenesi, gli esiti a distanza e la terapia della malattia di Kawasaki
lasciano a tuttoggi ancora diversi interrogativi; si tratta veramente di
una malattia nuova o di una ridefinizione di qualcosa che gia' esisteva
nella nosografia sotto altro nome? L'eziologia e' batterica o virale?
Quali sono gli esiti a distanza? Esiste una terapia efficace? Dal punto
di vista eziopatogenetico due "canali" di ricerca sono stati
perseguiti nel tentativo di scoprire l'eziologia della Kawasaki: il
primo e' epidemiologico seguito dagli AA. Americani, mentre il secondo
immunobiologico seguito dai ricercatori Giapponesi. Oggi le numerose
ipotesi proposte possono essere raggruppate in due gruppi: teorie non
infettive e teorie infettive. Agli inizi degli anni '80 venne effettuata
nel Nord America la prima indagine su una "epidemia" di
Kawasaki.
Alcune decine di casi, verificatesi tra
maggio e giugno, furono studiati in modo approfondito. Si indago'
soprattutto sulle abitudini di vita, movimenti dei pazienti e dei loro
familiari allo scopo di individuare una possibile "fonte
comune" di infezione. Vennero prese anche in considerazione tutte
le possibile varianti biologiche e chimico-fisiche individuali e
ambientali tese alla ricerca di una "noxa" alla quale potesse
essere attribuito il "primum movens" della malattia.
I risultati furono deludenti;
non si mise in evidenza nessuna fonte comune, nessun virus o batterio,
nessun tossico ambientale ad eccezione di un'alta frequenza di virosi
respiratoria nei 20 giorni precedenti l'esordio della malattia e una
maggior frequenza della malattia in soggetti appartenenti a famiglie ad
alto reddito. Studi successivi, eseguiti sempre in America, dimostrarono
che i soggetti colpiti erano stati esposti, in misura maggiore rispetto
ai controlli, al "lavaggio delle moquette" nelle loro case e
che il lavaggio aveva preceduto l'esordio dei sintomi di una ventina di
giorni in ogni caso. Un piu' attento esame di tale fenomeno condusse a
una evidenza sino allora ignota e cioe' una distribuzione stagionale
della malattia con picchi in primavera e in autunno. Alle stesse
conclusioni giunsero studi eseguiti nello stesso periodo nel Nord
Italia. Oggi alla originale teoria dello shampoo della moquette si sono
aggiunte quelle dell'allergia ai detergenti o al mercurio, e quella che
attribuisce la colpa all'acaro della polvere di casa. Fra le cause
infettive, dopo un primo momento in cui si e' creduto che la causa
andasse riscontrata in una variante del ceppo di Propiniobacterium acnes
(P.A.) che di norma e' saporofita abituale della cute umana, oggi fra i
tanti agenti si pensa anche alle Rickettsie o a uno Stafilococco. Resta in piedi anche una teoria
eziopatogenetica per cui se la clinica dimostra che la Kawasaki e' una
malattia sistemica, o meglio una vasculite sistemica, il laboratorio
dimostra che per lo meno in una fase successiva e' una malattia
autoimmune dovuta a un antigene o a un superantigene che entra in
contatto con un bambino il cui sistema immunologico e' gia'
eventualmente predisposto o modificato da una infezione recente. Egli si
ammalerebbe quindi di una affezione inizialmente infettiva ma che
diverebbe poi ben presto autoimmune.
Si e' gia' detto che dagli esiti
cardiovascolari a distanza sorgono gli interrogativi piu' inquietanti:
se gli aneurismi e le regressioni sono cosi' frequenti quale e' la
prognosi e la qualita' della vita dei bambini in cui non sono
immediatamente fatali? Con studi ecografici molto dettagliati Kato ha
dimostrato infatti che il vaso, sia pure con restitutio ad integrum
funzionale, resta in qualche modo alterato, piu' disposto cioe' alla
degenerazione ateromatosa. Inoltre, nei pazienti venuti a morte per
cause accidentali, sono state rilevate importanti lesioni
arteriosclerotiche in soggetti ancora giovani. Ora la risposta c'e' e
sembra abbastanza rassicurante. Secondo recenti dati, mostrati da
Kawasaki durante l'incontro di Bellaria, nei pazienti trattati entro i
primi 10 giorni dalla malattia oltre l'80% conduce una vita normale e
oltre il 16% fa sport agonistico. La discriminante sarebbe allora
proprio nel tempo necessario a fare una diagnosi e a instaurare una
terapia efficace: non oltre i 10 giorni. Al di la' si rischia che la
lesione vascolare sia troppo grave e che gli esiti col tempo possano
provocare una diminuzione delle funzioni e alto rischio cardiovascolare.
Certamente una buona notizia, la cui fonte e' certamente autorizzata a
dare tranquillita': Kawasaki e' oggi il direttore dell'omonimo centro
interamente dedicato alla ricerca e cura su questa malattia e nell'arco
degli ultimi 40 anni ha esaminato oltre 160.000 malati. |
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LA CURA SECONDO KAWASAKI
Prof. Kawasaki, puo' darci qualche
indicazione sulla terapia ?
La complicazione cardiovascolare e'
l'evento piu' grave di cui bisogna preoccuparsi. Se la febbre persiste
oltre 10 giorni, il rischio coronarico aumenta. Se non vengono
somministrate prima possibile le Gamma-Globuline, nel 20- 25% dei casi
si svilupperanno esiti cardiovascolari.
Quali sono i dosaggi
raccomandabili?
Finora sono stati proposti diversi
protocolli. Il primo era di 200mg/Kg/al giorno per 5 giorni. Poi si e'
passati a 400 mg/Kg/ al di', poi a 1 gr/Kg e infine a 2 gr/Kg/ in
un'unica infusione.
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La mia impressione e' che
quest'ultimo
dosaggio vada molto bene, la compromissione coronarica scende al 3-5%,
ma anche che non c'e' un vero limite. Importante e' invece il fattore
tempo.
E nei casi resistenti in cui la febbre
persiste?
Si tratta di un 10 - 15% dei soggetti.
Per loro bisogna provvedere a una seconda somministrazione dopo 48 ore.
Ma ancora il 50% di loro non rispondera' positivamente. Dobbiamo allora
decidere se tentare con un'altra dose o provare con i corticosteroidi.
Ma si era detto che bisogna evitarli
perche' possono predisporre alla formazione degli aneurismi?
E' vero, ci sono pazienti che rispondono
molto male ma altri che mostrano risultati eccezionali. Inoltre c'e' la
possibilita' che chi non risponde positivamente a due infusioni abbia
gia delle compromissioni coronariche.
Qual'e' il ruolo dell'aspirina o di
altri anticoagulanti? L'aspirina va sempre amministrata
inizialmente in dosi antiinfiammatorie fino a che la febbre non
scompare. 30 mg/Kg/die puo' essere sufficiente. Successivamente si
continua a darl in dosi antitrombotiche (3-5 mg/kg/die). Il warfarin
puo' andare bene ma e' di difficile gestione.
Nei casi in cui la lesione vascolare
non e' refredita consiglierebbe un by-pass?
Certamente. I nostri studi dimostrano che
si possono ottenere ottimi risultati . Prima si usava la safena oggi si
e' visto che e' meglio ricorrere a arterie perche' si espandono meglio
durante la crescita dei bambini.
Qual'e' la sua speranza per il
futuro?
Riuscire a capire la causa della
malattia. Fra tutte le ipotesi nessuna e' stata finora confermata. Solo
cosi' potremmo apprestare la cura e le misure preventive piu' adatte. |
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