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Come si truccava l’uomo di
Ceprano
Il binomio DNA e archeologia trova
sempre piu' spazio all’interno della ricerca scientifica che oggi si
chiede anche quale fosse l’aspetto estetico dei nostri antenati
E' grazie alla collaborazione di figure professionali appartenenti ad aree un tempo considerate molto distanti
tra loro, che al giorno d’oggi si aprono nuovi orizzonti ricchi di potenzialita' per la ricerca archeologica
impegnata nella ricostruzione del lungo cammino dell’evoluzione umana. L’applicazione delle biotecnologie nello
studio dei reperti fossili come i resti umani rende infatti possibile l’integrazione dei dati derivati dalle
ricerche svolte in campo piu' prettamente umanistico, permettendo quell’approccio interdisciplinare tanto
auspicato in alcuni settori delle scienze umane, quali quello riguardante la conservazione dei Beni Culturali,
e oltremodo necessario al fine di ottenere risultati piu' completi ed esaustivi. La tecnica denominata Reazione
a Catena della Polimerasi (PCR), attraverso l’aumento esponenziale del numero delle copie di un frammento di
DNA a partire anche da una singola molecola, permette l’analisi di DNA danneggiato e si rivela percio' di grande
utilita' se applicata allo studio di quello estratto da fossili: tuttavia le difficolta' incontrate nell’analisi
dipendono dall’esiguo numero di molecole, dalla frammentazione della doppia elica e dalla presenza di modifiche
subite dalla struttura a causa del passare del tempo e delle difficili condizioni di conservazione. Grazie allo
sviluppo di nuove tecniche, e' ormai possibile l’estrazione di DNA da reperti fossili e la riparazione di alcuni
danni strutturali, rendendo il materiale genetico disponibile alle analisi di biologi molecolari, istologi,
specialisti in odontoiatria, radiologia, microbiologia e tossicologia che uniscono le loro competenze per
cercare risposte a quesiti riguardanti il patrimonio genetico e l’aspetto fisionomico dei nostri antenati, le
loro malattie e l’ambiente in cui vivevano. I moderni dati prodotti dagli studi di Antropologia Molecolare,
ottenuti comparando il DNA umano con quello dello scimpanze', hanno contribuito a delineare un modello evolutivo
che concorda con le prove paleo antropologiche classiche, e riconosce per l’uomo e lo scimpanze' un comune
antenato che sarebbe vissuto fra i 6 e i 7 milioni di anni fa. In particolare e' emerso che solo l’1% del nostro
patrimonio genetico ci differenzia dal nostro parente piu' prossimo: alcune delle sequenze di nucleotidi
contenute all’interno di questa piccola percentuale regolano funzioni molto particolari quali l’articolazione
delle parole da parte della bocca, lo sviluppo del polso e del pollice e la dimensione della corteccia
celebrale. Lo studio di questa ipotesi di teoria evolutiva ha conosciuto notevoli sviluppi in seguito a
importanti ritrovamenti di fossili, tra cui ricordiamo quello avvenuto nel 1994 in Italia, in provincia di
Frosinone, in localita' Campogrande, nel tratto della Valle del Sacco compresa fra Pofi e Ceprano: si tratta dei
resti di un cranio definito nella terminologia specialistica "calvario" (composto dal solo neurocranio),
rinvenuto in uno strato d’argilla, denominato "Argil" o "Uomo di Ceprano". La ricomposizione dei frammenti,
eseguita sotto la direzione del prof. Antonio Ascenzi, e lo studio del quadro geo-stratigrafico e
paleontologico della regione a opera del prof. Aldo G. Segre, hanno permesso di far risalire il reperto a
un’epoca compresa tra 800 e 900mila anni fa, precedente in Europa la comparsa dell’Homo neanderthalensis.
L’aspetto forse piu' interessante che emerge dall’analisi paleonatropologica e' che il cranio di Ceprano presenta
caratteristiche morfologiche tali da ritenere che si tratti di un "anello di congiunzione" tra le forme piu'
arcaiche del genere Homo e le specie piu' progredite che compariranno in seguito, ed e' probabilmente della
stessa specie cui appartengono i reperti rinvenuti ad Atapuerca in Spagna. L’uomo di Ceprano potrebbe
rappresentare quindi l’antenato comune alle due linee evolutive successive, che porteranno rispettivamente alla
comparsa dell’uomo di Neanderthal e della specie cui apparteniamo, l’Homo Sapiens. Molti studi di natura
antropologica riferiti ai nostri antenati hanno inoltre contribuito ad aprire una finestra di conoscenza su
quale fosse il rapporto fra il cosiddetto uomo primitivo e la cura della sua pelle. Per difendere e guarire la
propria pelle in caso di ferite, punture, scottature e parassitosi cutanee ricorreva a erbe, bacche e terre
terapeutiche. Probabilmente, quindi, cospargendosi di sostanze per lo piu' colorate, come conseguenza di un
fatto eminentemente utilitaristico, deve essere emerso un pur primitivo gusto cromatico che, nel tempo, come
uno degli aspetti della evoluzione intelligente della specie umana, si e' trasformato in un consapevole gusto
estetico che e' poi all’origine della cosmesi. Una disciplina che e' quindi cresciuta con l’accrescersi di una
certa forma di compiacimento e della coscienza dell’utilita' pratica della pittura del corpo a fini erotici,
estetici, intimidatori, socializzanti, identificativi. In sostanza, intervenire con sostanze e colori sul
proprio corpo, diventa per l’uomo delle caverne un modo, oltre che procurarsi vantaggi sociali, anche per
esprimersi e per rafforzare la propria identita'. Il passo successivo sara' proiettare l’atto del dipingere al di
fuori di se', prima sugli alberi, sulle rocce e sulle pareti delle caverne e poi sugli utensili, sulle armi e
sui propri vestimenti.
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