Sei nella rivista www.lapelle.it nella sessione societa'
articolo aggiornato il: Monday 19 July 2010

cerca nel portale http://www.lapelle.it

 

Non e' sempre questione di PIL

Solo il Buthan non adotta il dato del Prodotto Interno Lordo per misurare la ricchezza dei propri abitanti. Si parla invece della  loro felicita'

di Lawrence Bartolomucci

Quando la nave avvista il porto d’attracco, il capitano impartisce gli ordini e delinea la rotta per raggiungerlo. Ma se individua il faro sbagliato, l’intero percorso risulta errato. La metafora il punto di partenza per comprendere le ragioni dei tagli di spesa che in questi giorni sono stati approvati dal nostro Governo ma anche per rispondere a una questione centrale della politica economica: PIL e' un indicatore esauriente dello stato di salute di una economia? Ovviamente no: anche i piu' feroci difensori di questo parametro ne riconoscono i limiti, ma lo considerano comunque una misura accettabile del benessere economico di un paese. Con il termine Prodotto Interno Lordo si indica quanto un sistema economico nazionale produce su base annua in termini di beni e servizi finali. In teoria, e' uno strumento utile, perche' misura la dinamicita' di un’economia e la sua capacita' di creare ricchezza. In realta', e' uno strumento che ha assunto una funzione totalizzante nelle scelte di politica economica dei governi. Come affermato da un interessante libro di Pierangelo Dacrema, La dittatura del PIL, la teoria economica e le conseguenti implicazioni di policy sono ossessionate dalla crescita di quest’aggregato: un paese con un reddito nazionale piu' elevato e' "potente perche' produce, virtuoso perche' progredisce e felice perche' consuma". Ma questa visione dell’economia riflette un approccio arido rispetto alle molteplici sfaccettature che la vita presenta. Il problema e' che il PIL non considera alcuni aspetti fondamentali dell’esistenza umana che contribuiscono alla realizzazione personale di ogni soggetto e, di fatto, il valore in termini quantitativi prevale su quello in termini qualitativi. Ad esempio, il PIL non considera i lavori non monetizzabili quali le attivita' casalinghe, il lavoro informale (che nei cosiddetti Paesi in via di Sviluppo ha un peso enorme) o il volontariato, ne' la qualita' dei servizi ricevuti dai cittadini, ne' la distribuzione della ricchezza all’interno della popolazione. Inoltre, il PIL non fa distinzione tra attivita' che contribuiscono al benessere da quelle che lo diminuiscono, e percio' tratta tutte le transazioni come positive, cosicche' ne entrano a far parte i danni provocati dai crimini, dall’inquinamento, dalle catastrofi naturali, dalle malattie. Nel 1995 apparve un articolo innovativo su The Atlantic Magazine: "If the GDP is Up, Why America is Down?": i tre autori Cobb, Halstead e Rowe s’interrogavano sull’apparente contraddizione tra i grandi risultati economici ottenuti dall’amministrazione Clinton in termini di crescita della produttivita' e dell’impiego, e di controllo dell’inflazione, rispetto a cio' che gli elettori percepivano. Il problema riguardava gli indicatori economici ormai obsoleti, perche' ignoravano sia la crescita esponenziale del debito delle famiglie sia i costi sociali dell’attivita' economica, quali l’insicurezza del posto di lavoro, maggiori livelli di inquinamento e una disuguaglianza crescente. La risposta del governo, al tempo, non considero' questa discrepanza e suggeri' che probabilmente il paese doveva crescere ancora di piu'. Oggi che i PIL delle maggiori potenze mondiali crollano, sorgono i primi dubbi sull’adeguatezza di questo strumento a misurare il termometro dell’economia. Se il ministro Tremonti si e' limitato ad affermare l’incapacita' del PIL di fotografare in modo adeguato i punti di forza dell’economia italiana, come la capacita' di risparmio delle famiglie, il presidente francese Nicolas Sarkozy fa un passo ancora piu' lungo e dal febbraio 2008 ha istituto la Commissione Internazionale sulla Misura della performance economica e del progresso sociale, presieduta da Jospeh Stiglitz e Amartya Sen. Attraverso il lavoro di 25 economisti di fama internazionale specializzati in diversi campi, dalla contabilita' nazionale ai cambiamenti climatici, la Commissione si e' posta l’obiettivo di portare all’attenzione della comunita' economica e finanziaria mondiale i limiti del PIL, con l’obiettivo di creare indicatori che rilevino aspetti di sostenibilita' ambientale, indicatori sociali, informazioni su distribuzione e qualita' della vita. Il documento finale e' stato pubblicato il 14 settembre 2009 ed esprime 12 raccomandazioni su come il PIL debba essere riformato: il nuovo sistema di misurazione dovra' essere plurale per necessita', perche' nessuna singola misura puo' sintetizzare un concetto multidimensionale come il benessere. Anche la Commissione Europea si occupa da alcuni anni di questo tema e dalla conferenza del 2007, "Beyond the GDP", tenuta in collaborazione con il Parlamento europeo, il Club di Roma, il WWF e l’OCSE, ha avviato alcuni progetti di ricerca, con il proposito di definire entro il 2012 nuovi indicatori. Questi tentativi di riforma rappresentano un complessivo distaccamento da un relitto di un’altra era. Il PIL nacque negli anni ’30, quando il Senato degli USA incarico' Simon Kuznets di individuare un indicatore per fotografare la situazione economica del paese, alle prese con la Grande Depressione. Il lavoro di Kuznets si lega alle teorie economiche di John Maynard Keynes, su cui si poggia l’intera politica del New Deal. Con una politica fiscale appropriata e una dettagliata conoscenza del PIL, gli economisti del tempo pensavano di aver trovato la chiave per gestire il ciclo economico e assicurarsi una prosperita' indefinita. Dato che l’approccio keynesiano vedeva il consumo come il treno guida della prosperita', per i cittadini la spesa diventava un dovere nazionale per contrastare eventuali fasi recessive (cosi' come quando Bush invito' gli americani a sostenere la crescita dopo gli attacchi dell’11 settembre). L’attuale crisi finanziaria, economica e sociale e' tra le peggiori dal dopoguerra e puo' provocare un effetto assolutamente inaspettato: la demolizione di un feticcio dell’eta' contemporanea. Una delle ragioni per cui la crisi ha sorpreso molti e' che il nostro sistema di misurazione ha fallito. Non e' sufficiente modificare l’ordine mondiale finanziario, ma e' necessario intervenire anche su quello reale. Si tratta, come afferma Latouche, di abbandonare la religione dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di abbandonare l’idolatria della crescita fine a se stessa, di cui il PIL e' l’emblema. Solo abbattendo questo totem, e' possibile inseguire un’alternativa all’attuale visione di un’economia immensamente produttiva, che impone il consumo come unico stile di vita. La tossicodipendenza alla crescita richiede una traslazione dell’attenzione delle scienze economiche su aspetti diversi dal semplice aumento della produzione. Questo implica un’impostazione accademica completamente diversa: le future generazioni di studenti di economia sono state forgiate con l’obiettivo della crescita economica quale unico metro del benessere di un paese, dimenticando in toto aspetti quali la qualita' della vita e le relazioni interpersonali, tutti parametri non monetizzabili e quindi esclusi automaticamente dagli insegnamenti accademici. Il problema di fondo e' concettuale e va oltre la necessita' di affinare lo strumento di misurazione. Se mettiamo in discussione le politiche che possono influenzare positivamente la produzione nazionale, l’intera letteratura economica di riferimento si sgretola completamente. La questione riguarda quindi il futuro stesso dell’economia quale scienza sociale: o si reimposta l’intero impianto teorico e lo si integra con altri campi scientifici (ad esempio l’ecologia, la scienza della salute), o si mantiente questa impostazione, ma si riduce l’importanza delle scienze economiche nell’influenzare le scelte governative, dato che si interessano di una sfera limitata dell’attivita' umana. Per un crescente numero di economisti, gli strumenti concettuali e le misure del modello neoclassico keynesiano non sono piu' adeguati. Bisogna invece prendere in considerazione quella parte dell’economia su cui il mercato si basa: le sfere sociali e naturali.



 



|Home| |Torna indietro| |richiedi l'articolo| |chiedi al medico|
www.lapelle.it
Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la duplicazione degli articoli anche parziale 
senza espressa autorizzazione dell'editore