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articolo aggiornato il: Monday 31 August 2009

medicina estestetica in giappone

 

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Geisha

Il termine giapponese Geisha e' fra quelli piu' noti al mondo. Si compone di due kanji che significano ''arte'' e ''persona'': ovvero una professionista nell’arte di intrattenere. La donna che ancor oggi sceglie di intraprendere questa professione viene sottoposta ad anni di studio e disciplina per perfezionare le tecniche e raggiungere la perfetta incarnazione dell’iki, canone estatico su cui si basa l’essenza giapponese. L’origine delle geisha risale al periodo Kamakura quando la donna era socialmente confinata in casa, poco educata e poco attraente, sottomessa all’uomo e priva di una propria personalita'. Nella Geisha l’uomo cercava il modello di donna ideale che non trovava tra le mura del proprio focolare domestico: affascinante, raffinata e colta. Veniva tolta alla sua famiglia intorno ai 9-10 anni e inserita in una scuola, dove apprendeva a curare al meglio il suo aspetto fisico, a vestire kimono in seta, a truccarsi il viso con un pesante cerone bianco, occhi marcati di nero e bocca rossissima, fino a rendersi quasi una maschera sotto la pesante acconciatura. Imparava poi la musica degli strumenti tradizionali (come lo shamisen), la danza (nihon buyou), il canto, la recitazione, i giochi tradizionali, l’uso del ventaglio, la cerimonia del te' (cha no yu), la calligrafia (shodou), l’arte di disporre i fiori (ikebana) ma soprattutto a muoversi con grazia ed eleganza, a servire da bere in modo raffinato, a conversare con intelligenza, a misurare ogni gesto per renderlo maggiormente elegante. Veniva infine istruita nella piu' fine arte della seduzione e della leggera malizia per allietare cene di affari, banchetti e feste in genere. L’abilita' stava nel flirtare con gli uomini, nel farli ridere e bere. Per secoli la geisha ha rappresentato la donna ideale degli uomini giapponesi e molte di loro, a una certa eta', sposavano uomini facoltosi e di alto livello sociale. La sua estetica rappresentava al tempo stesso la fragilita' della carne e la forza dello spirito; snella e slanciata, aveva nel viso pallido, come il fiore di ciliegio, il massimo controllo emotivo, perche' tutta la gamma di espressioni si legassero solo agli occhi e alle labbra da cui uscivano modulati sorrisi, dal malinconico al brioso. L’incresparsi delle labbra, cosi' come il movimento degli occhi, trasmetteva rilassatezza e tensione assieme. I capelli, color corvino, erano raccolti, come a forma di nido, sul capo. Ai piedi solo calze di seta (tabi), anche d’inverno, per esprimere la sensualita' di un corpo che si nasconde interamente sotto il kimono. Nella lingua giapponese esiste anche la Geisha-onsen, ovvero la prostituta, da cui la geisha classica si differenziava indossando kimoni dai colori tenui, poco appariscenti, tono su tono, e in sintonia con le stagioni. La raffinatezza del kimono testimoniava l’agiatezza e il successo della geisha. Il colletto del kimono, sul retro, andava posizionato in modo da lasciar scoperta la nuca: un modo molto sensuale per far correre l’immaginazione del cliente fino all’intimita' del corpo. Una geisha famosa guadagnava parecchio, anche se solo una parte della tariffa andava alla donna mentre il resto si fermava nelle tasche dei proprietari della casa di appartenenza. In genere ogni geisha aveva un mecenate (danna) che copriva le loro spese, ma sebbene fossero addestrate per tenere compagnia agli uomini e fornire loro piacere, cio' non implicava una qualche attivita' sessuale. Il ruolo servile non impediva il rispetto dei clienti, da cui ricevevano regali, denaro e favori. La geisha doveva pero' fare l’amore con il suo danna, se lui lo desiderava. Una figura ben distinta dalla geisha e' quella della ''maiko'' (danzatrice), una ragazzina ancora acerba che studia per divenire geisha. Essa era ben riconoscibile dal kimono molto piu' colorato, con maniche e obi allungato. Tradizionalmente, le geisha erano il barometro dello stile: la gente guardava a loro per conoscere le ultime tendenze, nel corso del tempo, sono invece diventate le depositarie della tradizione, quasi tesori nazionali in quanto portatrici di una cultura antica. A seguito della mutata condizione sociale della donna questa leggendaria figura sta infatti scomparendo e nelle scuole le ragazze iscritte sono in numero sempre minore, a causa del duro tirocinio richiesto. L’eta' media e' alquanto salita perche' le aspiranti geisha oggi devono essere consenzienti. Ma quante geisha vi sono ancora in circolazione? Circa 2000 di cui 180 a Kyoto. Tokyo ha piu' o meno la stesso numero, ma questa professione potrebbe scomparire del tutto oppure trasformarsi per diventare un’attrazione turistica. Comunque vada, la figura della geisha e' e rimarra' al centro dell’immaginario occidentale che purtroppo, per propria ignoranza, non e' ancora riuscito a non identificarla in una prostituta d’alto bordo, mentre il suo lavoro e' vendere un sogno - fatto di sontuosita', romanticismo ed esclusivita'.(Michael Gould)

Una cultura maschilista
Nel 1986 il Giappone approvo' una legge che garantiva alle donne pari opportunita' sul posto di lavoro. Da allora molte di loro hanno potuto iniziare a lavorare in settori tradizionalmente destinati ai maschi: nelle fabbriche, nei cantieri e come autiste di taxi. Ma lo scopo della norma era anche facilitare la crescita all’interno delle Aziende, molto restie a nominare dirigenti donne. In venti anni, pero', il numero delle posizioni apicali affidate a donne, nel pubblico e nel privato, e' passato solo dal 6,6% al 10,1% del totale, a dispetto del fatto che sono femmine il 50% dei 27 milioni di lavoratori nipponici. Motivi di questo ritardo vanno cercati in una cultura fortemente maschilista e nelle aspettative di un impegno totale, dall’alba a mezzanotte, che contrasta con la maternita' e il ruolo femminile nella casa.


 



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