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articolo aggiornato il: Tuesday 03 November 2009

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XX secolo: la brutta faccia della storia

Nonostante lo sviluppo scientifico e tecnologico, per alcuni studiosi il XX.mo è il secolo dei genocidi e dei totalitarismi in cui l´uomo ha dato il peggio di sè

di Giorgio Bartolomucci

Il giudizio storico e politico sul Ventesimo secolo non è ancora definitivo e ci sono studiosi che, mettendone in evidenza gli aspetti più negativi, tendono paradossalmente a considerarlo il momento più basso nella storia dell´umanità. Quello in cui si sono svolti il maggior numero di genocidi, assassini di massa e violazioni dei diritti umani (cfr. Il secolo del Genocidio a cura di Robert Gellately e Ben Kiernan). Un secolo in cui si sono succeduti orrori in ogni parte del mondo, non solo nell´ambito di regimi dittatoriali, ma anche sotto l´egida di democrazie liberali. Il secolo dei Totalitarismi, che verrà sempre ricordato per il tentativo di "soluzione finale" messo in atto dal nazismo contro gli Ebrei, ma anche per il terrore Staliniano, le persecuzioni contro gli Armeni e i Curdi, i massacri coloniali delle popolazioni indigene in Africa e Australia, oltre alle tante atrocità consumate in tempi più recenti nel corso delle guerre dei balcani, o durante il drammatico genocidio avvenuto in Cambogia dal 1975 al ‘79, nel Burundi (1972) da parte dell´etnia Tusti contro gli Hutu, e nel Rwanda da parte di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi (1984) e nel Darfur, dove gruppi di miliziani appoggiati dal governo sudanese, hanno ucciso da 200 a 400mila Fur, Zaghawa e Masalit provocando 2 milioni di profughi. Vista l´origine dal greco (ghenos: razza o stirpe) e dal latino (caedo: uccidere), sorprende scoprire che il termine genocidio sia stato coniato solo nel 1944, per indicare la distruzione di un gruppo nazionale o etnico, e successivamente le Nazioni Unite lo abbiano esteso anche al massacro di gruppi religiosi (1946). Il concetto è oggi considerato un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale perché comporta la morte di migliaia, a volte milioni, di persone, e la perdita di patrimoni culturali immensi, tanto da essere definito un crimine contro l'umanità. A distanza di oltre 50 anni, però, ancora si discute sulla definizione di genocidio, frutto di complessi compromessi, che diversi Stati ancora richiedono al fine di escludere alcune delle più brutte pagine della loro storia. Nell´accezione popolare, il termine è spesso usato come sinonimo di pulizia etnica, distruzione della popolazione insieme alla sua memoria culturale, indipendentemente dalla volontà di controllo di territori o risorse economiche. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. Si è anche discusso su un criterio quantitativo e la soglia numerica che lo distingua da un omicidio di massa: almeno 50.000 non combattenti nell'arco di 5 anni. Queste considerazioni, che appaiono meramente pretestuose e insignificanti, possono assumere una importanza fondamentale nel determinare la reazione e l´intervento internazionale a difesa delle vittime. Si pensi che il genocidio ruandese venne riconosciuto come tale dopo 2 mesi a causa dell'indugiare dell'ONU e ciò fu sufficiente all'attuazione del genocidio stesso. Fra i più noti episodi della storia recente, uno dei primi del secolo (1915) fu quello che vide gli Armeni vittime dell´Impero Ottomano. Ancor oggi il numero di morti è molto incerto e la cifra più accettata è di 1.500.000. Il genocidio più documentato, è certamente l´Olocausto, condotto dalla Germania nazista con l'annientamento di 6 milioni di ebrei ma che colpì anche gruppi etnici Rom e Sinti, comunisti, omosessuali, prigionieri di guerra, malati di mente, Testimoni di Geova, Russi, Polacchi e altri Slavi, per un totale di vittime stimabile tra 13 e 20 milioni. Durante la Seconda Guerra Mondiale il regime fascista croato organizzò il massacro sistematico delle minoranze etniche (soprattutto serbi, ebrei e zingari) che provocarono circa mezzo milione di vittime. Il massacro delle foibe a opera dei partigiani di Tito contro gli italiani in Venezia Giulia e Dalmazia nel 1943 e nel 1945 viene da taluni considerato genocidio in quanto il fine era quello di far scomparire, come poi avvenne, la componente italiana da queste due regioni. Il numero delle vittime varia da diecimila a ventimila. Meno conosciuti in Italia sono i genocidi commessi dalla Unione Sovietica durante il Regime Bolscevico e lo Stalinismo, a partire dall´Holodomor, nel 1932-33, quando il popolo ucraino fu sterminato per carestia indotta e il numero di vittime è incerto, fra 1,5 e 10 milioni. Milioni di Kulaki furono deportati in Siberia e nei gulag e si stima che circa 600.000 morirono o furono uccisi. Un numero indefinito di Lituani subì la stessa fine, negli anni dell´occupazione sovietica iniziata dopo la seconda Guerra mondiale, dal 1944 al 1991 (vedi box). In Iraq tra il 1973 e il 2003 il regime di Saddam Hussein condusse uccisioni di massa contro la popolazione dei Curdi. Questo genocidio è stata una delle principali cause della condanna a morte del dittatore e di alcuni dei suoi stretti collaboratori. La guerra in Jugoslavia, successiva alla proclamazione di indipendenza della Slovenia e della Croazia, provocò 250.00­0 vittime, due terzi delle quali civili. Alcuni dirigenti comunisti serbi (Radovan Karadzic, Radislav Krstic, Slobodan Milosevic e Momcilo Krajisnik) sono stati accusati e processati come colpevoli di pulizia etnica e di genocidio nei confronti dei musulmani bosniaci. Il Massacro di Srebrenica occupata l'11 luglio 1995 dalle truppe serbo-bosniache determinò la morte di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci ed è stato definito come genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia il 19 aprile 2004. In Cambogia, in questi ultimi mesi, si è finalmente aperto il processo contro i militari ancora vivi, responsabili dei milioni di morti che il regime comunista di Pol Pot procurò in meno di cinque anni. Nel frattempo il dittatore è morto e la punizione per i pochi complici sopravvissuti, ormai ottuagenari, servirà solo a stabilire definitivamente la responsabilità storica dei massacri di massa. A raccontare queste storie restano solo i Musei che raccolgono le prove dei vari genocidi e dell´efferatezza cui l´uomo può giungere quando è accecato ed è in preda di ideologie razziali, politiche e religiose. Nella vana speranza che ciò che è successo, spesso sotto gli occhi di un mondo distratto e disinteressato, non possa più ripetersi nell´indifferenza generale e con la complicità di chi avrebbe potuto fermare la mano dei carnefici. 

Lituania: storia di un genocidio che il mondo ha deciso di ignorare

Nel corso della II Guerra mondiale, la Lituania venne conquistata prima dall'esercito Tedesco (1941) e nel settembre del 1944 dall´Armata Rossa. La resistenza lituana contava almeno 40.000 partigiani, che costituirono le loro basi nelle foreste, e che avevano come obiettivi l'indipendenza nazionale e una democrazia di stampo occidentale. Fra il 1944 e il 1991 circa 200.000 cittadini lituani passarono per le carceri del KGB, dove furono imprigionati e torturati, e poi trasferiti al freddo siberiano. Inoltrandosi per i vicoli della città vecchia di Vilnius, tra le botteghe d´ambra e di lino, chiese barocche, palazzi color pastello, pasticcerie e birrerie, s´incontra il Museo delle Vittime del Genocidio, inaugurato il 14 Ottobre 1992 nell´ex quartier generale del KGB e che aveva precedentemente ospitato gli uffici della Gestapo (www. muziejus@genocid.lt). Qui vennero giustiziati a sangue freddo numerosi cittadini lituani accusati di opposizione e resistenza contro il regime Sovietico. Per la Lituania questo edificio è il simbolo di una occupazione, durata 50 anni e il suo scopo principale è quello di raccogliere e preservare documenti e testimonianze delle inumane sofferenze e spirituali cui erano sottoposti i partigiani catturati e molti rappresentati della chiesa Lituana. Nella facciata sono riportati i nomi di numerosi cittadini lituani che furono giustiziati all'interno dell'edificio.
 
 

 


 



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