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articolo aggiornato il: Monday 31 August 2009

medicina estestetica in giappone

 

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Manga: il fumetto giapponese

Se tanti giovani in Italia oggi sono attratti dalla cultura giapponese, molto del merito va dato anche ai Manga, vale a dire i fumetti. Diffusi in Italia gia' da tempo, ma divenuti fenomeno di culto a partire dagli anni ‘90 quando si e' assistito a una vera e propria invasione delle edicole da parte di testate provenienti dal paese del Sol Levante, i fumetti nipponici hanno saputo in breve tempo ritagliarsi un proprio spazio autonomo tra le pubblicazioni di settore, costituendo oggi quasi il 60% del mercato fumettistico internazionale. Le motivazioni di un successo tanto eclatante vanno ricercate in diversi fattori: stili di disegno innovativi e diversi rispetto alle classiche scuole occidentali, il notevole effetto trainante dei numerosi cartoni animati cui spesso sono ispirati e soprattutto le tematiche e la maturita' dei contenuti trattati. Del resto che il fumetto non sia solo un prodotto per bambini, in Giappone e' un concetto assodato da anni, tanto che ultimamente questo mezzo di comunicazione e' stato utilizzato anche per redigere dei manuali universitari, come il testo fondamentale di economia. Ma quando nascono i manga? Secondo alcuni storici pare che la parola manga (man: immagine - ga: in movimento), sia stata coniata addirittura nel 1200 per indicare i disegni che affrescavano le pareti dei templi. Solitamente queste incisioni raffiguravano scene di caccia o di vita ultraterrena e si segnalavano per la loro crudezza e ricchezza di particolari macabri. Verso il 1600 questi disegni iniziarono a essere incisi su tavolette di legno per consentire una maggiore diffusione degli stessi presso un pubblico piu' vasto. Il passo da questi proto/albi a fumetti ai magazine veri e propri e' breve. La caratteristica principale dei manga, oltre al fatto che essi vanno letti dall’ultima pagina alla prima, come la maggior parte dei testi cartacei giapponesi, e' quella di rivolgersi a tutte le fasce di popolazione. Esistono volumi specifici per bambini, adolescenti o adulti, cosi' come esistono pubblicazioni per uomini, donne o per gay, o ancora per sportivi, attori, musicisti, impiegati, ecc. Per semplificare, in base alle tematiche trattate, possiamo dire che ci sono quattro generi fondamentali: gli Shonen (ragazzo), pensati per un pubblico maschile adolescenziale che trattano di sport o fantascienza; gli Shojo (ragazza), destinati a un pubblico femminile, che a loro volta si dividono nel filone delle maghette (majocco), in quello degli sport femminili (pallavolo e tennis su tutti) e in quelli generalisti; gli Shonen Ai (amore tra ragazzi), sono invece per gay mentre gli Hentay (erotico), di cui fanno parte i filoni Ecchi (sporcaccione), Oppai (petto prosperoso) e Lolita per finire, sono decisamente piu' spinti. Concludiamo con una curiosita' legata al processo realizzativo di un manga. Il ritmo delle scadenze delle pubblicazioni sempre molto serrato, dovuto al fatto che le riviste a fumetti sono settimanali, costringe spesso l’autore (Manga-ka) a veri tour de force per ultimare in tempi utili la storia a cui sta lavorando. Quando si rischia un ritardo problematico, allora, la casa editrice per tutelare i propri interessi invia un proprio rappresentate a sorvegliare e incitare il fumettista di turno per tenerlo sveglio di notte e infondergli la forza d’animo giusta per finire il lavoro. (Danilo Panicali) 

cinema: da kurosawa a miike
Il cinema orientale prende sempre maggior piede fra sale e festival europei. Rispetto agli anni ’50 e ’60 si e' affievolita la diffidenza nei confronti di un immaginario e di un ritmo che potevano risultare estranei. In Giappone la vitalita' di autori come Akira Kurosawa, vincitore a Cannes con Kagemusha e a Venezia e all’Oscar per miglior film straniero con Rashomon; Shohei Imamura, trionfatore della Palma d’Oro per la Ballata di Narayama e L’anguilla, o anni dopo il poliedrico Takeshi Kitano e il suo Hana-bi , Fiori di fuoco, ha permesso di inserire alcuni capolavori di diritto nella storia del cinema mondiale. Ma se il grande pubblico ha iniziato a incuriosirsi e appassionarsi alla produzione nipponica ha forse contribuito anche una tendenza sempre piu' diffusa negli ultimi anni: la settima arte giapponese sembra essersi americanizzata adottando in prestito modelli culturali che non sempre le appartengono. Un esempio e' senza dubbio l’ultima opera di Takeshi Miike, in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia: ''Sukiyaki Western Django'' un nippo-western liberamente ispirato a Django di Sergio Corbucci, autore celebrato nella retrospettiva ''spaghetti'' tenutasi al Lido quest’anno. La messinscena e' spettacolare, a tratti delirante, un vero pastiche ambientato in un Nevada nipponico dove la contaminazione riesce a far affrontare pistoleri della mafia yakuza con abiti sgargianti all’interno di saloon-pagode. L’incursione fantastica conferma il tentativo di stravolgere ancora una volta il western con uno stile elegante e raffinato, eccessivo e ibrido. Forse talmente eclettico da rimpiangere i piu' classici ''Sette Samurai''. (G.J.J.B.)


 



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