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I mille colori di Warhol
Artista eclettico Andy Warhol seppe distinguersi per la sua
capacita' unica di impersonare
l’arte attraverso tutte le sue manifestazioni
di Paolo Ordine
Si e' da poco conclusa “The Andy Warhol Show”, mostra organizzata dalla triennale di Milano, dedicata all’estroso e geniale uomo simbolo della Pop-art. Un personaggio che seppe, attraverso il proprio stile di vita e le sue opere, innovare e per certi versi rinnovare, il concetto stesso di arte. Nato nel 1928 a
Pittsurgh, in Pennsylvania, da un immigrato polacco, trascorre quasi tutta l’adolescenza nella sua
citta' natale. All’inzio degli anni ’50 si trasferisce a New York, che di li' a poco si
trasformera' nella capitale culturale del mondo, e inizia a lavorare come grafico pubblicitario per riviste come Vogue e Glamour. Intorno al 1960 mette a frutto la sua esperienza di disegnatore e illustratore realizzando i primi quadri di tipo fumettistico. Inizialmente lavora a mano libera. In queste opere si notano
l'essenzialita' e l'uso del contorno netto proprie della comunicazione pubblicitaria. Quindi, inizia a utilizzare la serigrafia. Con questa tecnica, che gli permette di replicare a piacimento qualsiasi immagine, realizza alcuni dei quadri che lo renderanno famoso, come i volti di
Mao, di Jaqueline Kennedy, ma anche la famosa sequenza della Electric chair. In poche parole
cio' che ottiene e' una produzione seriale, quasi di massa, dell’arte. La scelta dei soggetti che va dai volti noti dei politici del suo tempo a quelli meno impegnati delle attrici o delle immagini dei cartelloni pubblicitari, sono una testimonianza del suo concetto di estetica-sociale. I soggetti ripetuti acquistano e nello stesso tempo perdono progressivamente fascino e pathos, come gli argomenti e gli ideali generati e poi abbandonati dalla cosiddetta arena culturale, propria di una
societa' che vive di stereotipi e tribune dall’effimera durata. Ma Warhol non si ferma solo alla pittura e alla serigrafia. Mecenate, dal sapore squisitamente antico, sempre aperto a nuove esperienze creative, fonda la Factory, una fabbrica, appunto, di lavoro artistico collettivo.
e' grazie alla factory che avvia il fortunato connubio col gruppo musicale dei Velvet Underground, per i quali realizza la famosa copertina raffigurante una banana gialla su sfondo bianco. Nel 1963 produce un lungometraggio, “Sleep”, cui
fara' seguito un anno dopo “Empire”. Nel 1968 scrive il romanzo “A novel”, una geniale trascrizione di tipiche conversazioni minimalistiche quotidiane. Sempre nel 1968 rischia la morte, all'interno della Factory, per l'attentato di Valerie
Solanas, unico membro della S.C.U.M. (una setta che aveva come obiettivo l’eliminazione di tutti gli uomini). Successivamente gira i film Flash (1968), Trash (1970) e Heat (1972). Nel 1969 fonda la rivista di approfondimento cinematografico
"Interview" che poi
abbraccera' temi quali moda, arte, cultura e vita mondana. Nel 1980 diventa produttore della Andy
Warhol's TV. Da ricordare inoltre le opere realizzate a
piu' mani con Francesco Clemente e Jean-Michel Basquiat. Muore a New York nel 1987 durante una banale operazione chirurgica. Capace di incarnare nella sua figura i vezzi e le
qualita' proprie dell’artista, Andy Warhol, si distinse soprattutto per le sue grandi doti di comunicatore, cimentandosi, con i rapidi e mutevoli cambiamenti della propria epoca, in un singolare duello che ha nella
rappresentativita' dei gusti, delle mode, semplicemente della contemporaneita', il suo cardine principale e il suo fine ultimo. Warhol fu pittore, fotografo, cineasta, produttore cinematografico, di gruppi musicali e teatrali, scrittore (filosofo e sociologo) ed editore. Tutti ruoli che fu capace di rivestire alla perfezione portando avanti, con una personalissima visione dell’estetico e della rappresentazione immaginifica, un discorso culturale che solo oggi sembra trovare una collocazione appropriata. Esponente principe di una razza di artisti, dalle chiare reminescenze bit, capace di cogliere la forte iconografia celata dietro oggetti, volti, musiche della propria
societa', e di renderli, attraverso la propria opera, simboli immortali. Il tutto associando sperimentazione e gusto estetico a una accurata ricerca e
visionarieta' di valori (o meglio di non valori) di una societa' eccessivamente consumistica, quella americana, che andava in quegli anni a scontrarsi con culture e modi di vita alternativi, quelli europei e orientali. E che tirava le somme di un progetto a lungo coltivato, quello di assurgere al ruolo di potenza leader mondiale, alla fine arrivato intempestivamente, durante uno dei momenti di massima crisi della storia (la guerra del Vietnam). L’utilizzo di colori accesi e contrapposti, l’esaltazione di idoli rappresentativi in uno schema che si
puo' riassumere nei concetti base di bellezza-potere-moda (basti pensare a tutta la serie di ritratti dedicati a Marilyn
Monroe, Elvis, Mao), il consumismo (Campbell Soup, Coca-cola), la ripetitivita', l’arte di Andy Warhol e' insomma la raffigurazione di un’epoca attraverso le sue immagini chiave, effettuata utilizzando tutte quelle tecniche (il fumetto, la serigrafia, la tv via cavo) che sono proprie di una
societa' di massa, nei suoi momenti di aggregazione consumistica.
Rappresentazioni multi-mediali che derivano da una visione d’insieme, senza pregiudizio e senza presunzione di giudizio, di una cultura che si interroga su quali possano essere le proprie certezze.
La POP ART
La pop art nasce dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media. Si sviluppa negli Stati Uniti intorno alla
meta' degli anni ’50 grazie alle prime sperimentazioni di Raushenberg e Jasper
Johns. Ma
e' nel corso degli anni ’60 che si trasforma in un fenomeno epocale. I maggiori rappresentanti della pop art sono tutti americani: Andy
Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein ecc… Ed effettivamente la Pop-art
e' generata dalla cultura popolare americana dell’epoca (appunto pop: popolare), dominata com’e' dall’immagine in quanto simbolo, dal prodotto di marketing reso soggetto d’arte, dal ribaltamento di valori sempre
piu' permeati sul consumismo di massa. Ecco quindi che si va dalle bandiere americane di Johns alle bottiglie di Coca Cola di
Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di
Rosenquist. Inizialmente associata al dadaismo, oggi il movimento culturale della Pop-art
e' stato completamente affrancato da simile dipendenza, soprattutto vista la mancanza di elementi dissacratori o di denuncia.
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