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articolo aggiornato il: Tuesday 01 September 2009  
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Una storia vera fra la vita e la morte

Il dialogo immaginario fra un medico in coma vegetativo a causa di una vasculite cerebrale e il suo migliore amico, collega e responsabile del reparto

della dott.ssa Gabriella La Rovere

E' sabato o domenica? Poco importa. Da qui tutto sembra uguale. Le pareti con i quadri, i mobili, la sedia che ho di fronte. Solo il cambio delle flebo mi da' l'idea del trascorrere del tempo. Scompaiono, sostituite da altre bottiglie, sacche piene di liquido e vigore. Il mio corpo le assorbe, le consuma, ma niente sembra spostarmi da questa condizione di assoluta immobilita'.
 Faccio tremendi sforzi, impegno tutte le mie energie, ma non un muscolo risponde. E' tutto fermo. Anche gli occhi, puntati in avanti, abbracciano questo spazio che mi circonda. Vedo passare Giulia, la mia dolcissima Giulia. Amore, come vorrei stringerti, se non con le braccia, almeno con lo sguardo, per farti capire che ci sono, sono presente, disperatamente e inutilmente. Non so da quanto tempo mi trovo in questa condizione. Forse anni. Troppi... Le giornate si susseguono, une alle altre. Passano persone, si avvicinano, mi parlano, mi guardano negli occhi, aspettando il miracolo. Ascolto impotente la loro disperazione, che e' anche la mia, per non essere piu' in grado di fare niente da solo, per essere vivo ma inutile. Ecco la mia infermiera: ogni mattina e' qui, puntuale. 
Conosco a memoria la sequenza dei suoi gesti: una mano sulla fronte, uno sguardo alla flebo, controlla la sacca delle urine, la giusta posizione del sondino naso-gastrico, prende lo sfigmomanometro, misura la pressione, solleva le coperte e controlla gambe e piedi. Scrive tutto su un foglio di carta. La giornata e' tutta cosi', tranne quando non riesco piu' a respirare. Non ricordo il suo nome. La vedo, si siede talvolta sulla sedia di fronte. Parla poco. E con chi, poi? Con questo corpo dotato di poche e vitali funzioni? Maledizione a me e a questa vita! Mio Dio, perche' mi costringi a sopravvivere? Perche' questa agonia, questo lento stillicidio di forze? 
Anche bestemmiare non serve a spostarmi di un millimetro. La disperazione non smuove le montagne: mi rende stanco, ma non tanto da morire. Non so cosa c'e' dall'altra parte, mentre so benissimo cosa ho lasciato. Una casa, un lavoro, l'amore di Giulia, i miei ragazzi, gli amici. E' tutto intorno a me, ma non lo posso toccare. Mi sento come un pesce in una boccia di vetro e io posso solo annaspare. ''Enrico, amico mio… buongiorno! Come va oggi?''. Accidenti, devo essermi addormentato o qualcosa di simile. Sento qualcuno, ma non lo vedo. Parla ancora, che io possa riconoscerti! E' come andare al cinema. Ogni tanto si fa buio in sala e poi partono le immagini. di un film di cui e' difficile seguire il filo conduttore. La scena cambia di continuo: vecchi personaggi, nuove situazioni e io sono fermo, seduto a guardare. Non so se questa e' una pellicola gia' vista o se mi trovo a vivere un incubo. 
Porca puttana! ''Signorina, mi faccia vedere l'andamento di oggi… bene, senza febbre per fortuna. La pressione? Costante… dopo la paura di lunedi'… la diuresi…OK. Vada, io rimango un po'...''. Sei tu, Ottavio! Ecco, adesso riesco a vederti! Vorrei parlarti… che cosa mi e' successo? Te l'ho gia' chiesto non so quante volte, o almeno ho cercato inutilmente di farlo. Mi sforzo, provo a stringerti un dito. Una fatica sovraumana, senza riuscire a contrarre un muscolo. Niente. Neanche un tremolio. ''Enrico, fatti sentire il cuore… uhm, anche questo va bene oggi. Vecchia pellaccia, continua cosi' che ce la fai..!''. Che cazzo dici, Ottavio! Come fai a dirmi questo? Magari la smettesse di battere. Dimmi che senso ha un cuore che funziona quando tutto il resto e' fermo. La chiami vita, questa? Ti sembro un essere umano? Da quanto sono qui? Perche' non mi dici da quanto sono inchiodato su questo dannato letto e da quanto vieni a trovarmi? E' solo un mese? E' passato un anno? Quanto ancora mi resta da vivere? ''Enrico, riesci a sentirmi? Se si', cerca di stringere il mio dito. Fai uno sforzo! Lo so che sei stanco, ma devi provare. Raduna tutte le forze e fai un qualsiasi movimento… anche sbattere gli occhi. Magari e' piu' facile che stringere la mano. Dai, non puoi esserti scordato come si fa. Devi strizzarmi l'occhio, come quando passava la Cinzia. Te la ricordi? Che spettacolo di femmina! Quarta di seno e fianchi generosi... si e' sposata e ha due bambine. Ehi, guardami! Sono qui. Mi vedi? 
Dai, sposta gli occhi, muovili. Lo so che puoi sentirmi, sono sicuro che e' cosi'. Prima o poi mi farai capire che ci sei e allora sara' tutto piu' facile. Guarirai!'' Sei il solito ottimista... mi dici di sforzarmi… mio Dio, non immagini da quanto ci provo! Sono cosi' stanco, Ottavio. Non ce la faccio a sopportare tutto questo. Fai qualcosa! Se sei mio amico, aiutami! ''Come va quell'inizio di piaga che hai sulla schiena... accidenti, sei dimagrito... pazienza, avrai tutto il tempo per recuperare. Enrico, per caso mi stai guardando? Senti quello che ti dico? Mi capisci? Fammi un cenno con qualsiasi parte del corpo. Io non mollo, lo sai. Ti ispeziono ogni muscolo ma dammi un appiglio per aiutarti a risalire dal baratro. Adesso che siamo soli, te lo posso confessare: ho sempre ammirato il tuo carattere, la tua determinazione, la capacita' di pianificare la vita e gli obiettivi, senza inutili perdite di energie. Per questo, sono certo che hai un piano in mente. Stai sfruttando al meglio le tue attuali risorse. Fra un po' mi darai un segno… d'altronde, non abbiamo sbancato all'esame di semeiotica?''. Mio Dio, che stai dicendo? Lasciami stare, vattene a casa da tua moglie. Non ti bastano le ore in ospedale? Non hai niente di meglio da fare che esercitarti come crocerossina? Ma non eri contrario all'accanimento terapeutico? Questo tenermi in vita come lo chiami? Il tuo e' un delirio di onnipotenza: curarmi dalla piaga alla pressione, al catarro nei miei bronchi sufficientemente a darmi la febbre: e allora altri farmaci, antibiotici, cortisonici, diuretici… Basta, non ne posso piu'! Non sentirti responsabile della mia salute, fallo per Giulia e per i ragazzi... che vita e' la loro? In questo letto non sono di alcun aiuto. All'inizio mi venivano vicino e mi parlavano… sono giovani e presto si sono rassegnati. No, forse sono piu' realisti di te, Ottavio...''. Aspetta… accidenti, la flebo e' andata fuori. Come e' possibile? Le tue vene sono troppo piccole e le tue braccia un disastro. Lasciami provare sulle mani ... devi avere pazienza! Io, io… perdonami! Scusa le lacrime, sono un po' stanco. Il reparto non e' piu' quello di quando c'eri tu che riuscivi a tenere in pugno la situazione. Mi sentivo protetto. Discutevamo i casi piu' interessanti. Che bei tempi… ma vedrai che torneranno. Lo so cosa pensi: che vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Non credere, anche io mi rendo conto della realta', ma non ti ho mai visto esitare davanti a niente e sono sicuro che anche adesso sei in prima linea. Conosci talmente bene il corpo umano, che sai come e quando uscire da questo stato... hai solo bisogno di tempo. Che fai? Sorridi? Ci avevo sperato... stringimi la mano. Dimmi che hai capito cio' che ti ho detto, che non mollerai... Non e' giusto che sia capitato a te, che hai percorso la vita senza un tentennamento. Dovrei esserci io, steso in questo letto e tu qui, accanto a me. La notte penso come ti ho amato e odiato: eri capace di organizzare un lavoro scientifico in pochi minuti. Avevi un'intuizione e la seguivi: ero affascinato dalla tua capacita' di sintesi e di fare sempre la scelta giusta. Spesso non ero d'accordo, ma ti seguivo con la speranza di poterti dire: vedi che avevo ragione? Che hai? Per caso ti sei mosso? Mi stai sentendo? Dai, stringimi la mano! Lo so a cosa pensi... non sei il tipo da accettare questa situazione: essere di peso per tutti ma soprattutto per Giulia e i ragazzi. Lo so cosa vorresti… non sarebbe difficile. Un vero amico forse lo farebbe... io non ci riesco. Non e' vigliaccheria, ma semplice egoismo. Non posso pensare di rimanere solo... con chi parlo? Con chi condivido i ricordi? E poi, chi mi dice che non ci sia un'evoluzione diversa? La diagnosi non e' certa al 100%. Tu hai sempre sostenuto che Sergio fosse un bravo neurologo, ma io ho ancora qualche dubbio. Spero in un miracolo, in un'errata diagnosi, cosi' da poterti dire: vedi che sbagliavi? Enrico, tieni duro! Ti prego, fammi capire che sei ancora qui con me. Non e' che hai mosso un muscolo e io, preso a vomitarti le mie insicurezze, non l'ho visto... non me lo perdonerei mai. Ma che succede? Cos'e' questa: una lacrima?!''. 

Tribunali di bioetica
Processi e dibattiti tra diritto, liberta' e responsabilita' su temi e controversie che in Italia sono anche oggetto di scontri culturali e politici e che hanno dato luogo a drammatici contenziosi legali. Il primo incontro, organizzati dalla Fondazione Sigma-Tau presso l'Auditorium di Roma, ha avuto come tema l'Eu­tanasia e il Testamento biologico. Massimo Popolizio, Umberto Orsini ed Elisabetta Piccolomini hanno interpretato brani degli atti processuali e della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1990, relativi al caso di Nancy Cruzan, la giovane di 25 anni del Missouri vittima di un incidente stradale ed entrata irrimediabilmente in coma vegetativo da trauma cerebrale. Per lei, nel 1987, i genitori avevano chiesto e ottenuto di staccare la nutrizione e l'idra­tazione artificiale. Un anno dopo, si varo' la legge sul testamento biologico che riconobbe il diritto di rinunciare, sulla base dei propri valori personali, a trattamenti medici che tengono forzatamente in vita e la possibilita' di far valere tale diritto anche quando non sia possibile esprimere direttamente la propria volonta'. Del caso di Nancy Cruzan e dei casi italiani di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, hanno discusso, su posizioni diverse, l'On. Paola Binetti e l'On. Ignazio Marino, mettendo in luce che l'intenso confronto politico presente in Italia non e' di schieramento (appartengono entrambi al Partito Democratico) ma su valori come la fede e la laicita'. (Valeria Fornarelli)



 



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