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Una donna lontana dagli
stereotipi che la carta stampata e le televisioni continuano a proporci, ma
certamente piu' vicina alle tante donne che frequentano i nostri Istituti, con i
loro complessi e inestetismi, ma anche con alcune qualita' che il nostro lavoro
deve riuscire a migliorare ed esaltare. Diciamo: oggi il corpo deve essere
magro, bello e l’intera societa' fonda i suoi giudizi, quasi sempre molto
superficiali, sull’esteriorita' e sull’aspetto fisico. Ci si sente sempre
giudicati, confrontati, bisognose delle attenzioni degli altri, alla ricerca di
una perfezione che e' per la maggior parte impossibile. Rispetto ai criteri di bellezza dominanti, siamo quindi tutte a disagio,
in altre parole un po' handicappate. Eppure ci sentiamo normali perche' siamo
convinte che esteticamente ci siano tante normalita' quante sono gli esseri
umani, nel rispetto delle individualita' e delle diversita' di ognuna di noi.
Cos’e' allora che rende l’Argentin diversa dalle altre? La disabilita'? La
carrozzina? Ecco la sua risposta: “tutti credono che la mia disabilita' sia la
mia caratteristica maggiore esteticamente. Non e' vero: questo infatti e' solo
il mio status di vita, nella mia figura la cosa piu' evidente e' la carrozzina,
ma questa e' solo un ausilio. Il mio vero problema e' la faccia a palla. Io non
voglio stare in piedi, o essere diritta per essere bella, voglio solo avere il
viso scavato. Centinaia di diete, trattamenti cosmetici di ogni tipo, ma la
guancia non mi perdona”. Una richiesta piu' che legittima, che non differisce
da quella che potrebbe farci qualsiasi altra donna e a cui risponderemmo con un
trucco in grado di correggere e allungare il viso, restituendo i volumi mancanti
e creando le infossature, in modo da eliminare la sensazione propria di un volto
un po' “piatto”. Un problema quindi non irrisolvibile ma da non trascurare
se, come sembra, crea ulteriori disagi “a chi gia' ha limiti piu' difficili,
piu' faticosi da superare per poter affrontare la vita con maggiori risorse e
migliori condizioni”. Il quesito da porci e' forse un altro: perche' tendiamo
a rimuovere alcuni aspetti che pur condizionano la qualita' della vita delle
persone portatrici di handicap? Non solo l’estetica, ma anche l’affettivita',
la sessualita', la vita di relazione, il matrimonio, la maternita'. Non ho una
risposta e faccio mia l’analisi pungente della Argentin: “essere
handicappati e' una cosa vincente nell’estetica, puo' sembrare assurdo ma se
una persona ha una disabilita', per il resto del mondo e' difficilmente brutta,
puo' essere deforme, ma anche se ha un unico pregio esteriore, per esempio gli
occhi verdi, questo viene sopravvalutato fino all’inverosimile. La cellulite,
a esempio, piaga dell’ultimo millennio per la specie femminile, in una donna
disabile si presenta agli occhi degli altri con nessuna negativita', noi siamo
belli anche con le culotte de cheval. Tutto cio' e' terribile! Rivendico il mio
diritto di avere il problema della cellulite e di abbronzarmi come scelta
estetica e non solo perche' il sole fa bene alle ossa. E basta con i maglioni
comodi color senape o grigio topo, e le tute larghe che sono tanto pratiche per
fare la pipi', ma un mercato di abiti pieno di colori, di taglie strette e
spacchi a non finire... Incredibile ma vero, da quando sei neonato se si
accorgono che hai un handicap, anche l’ostetrica decide che sei il piu' bel
bambino che abbia mai visto. Non c’e' scampo, noi siamo tutti belli e
dolcissimi. Ovviamente questa immagine rimane per sempre, o meglio per sempre
rimaniamo dei bellissimi bambini, anche se la nostra eta' anagrafica supera i
cinquant’anni. Anche sostituendo il biberon con il sigaro facciamo sempre una
grande tenerezza, e apriamo i cuori di chiunque ci guardi proprio come accade
con un bebe'”. Cosa aggiungere a questa lucida riflessione? Una
considerazione. Quante sono le Regioni che per aprire un centro di estetica,
come anche uno studio medico privato, richiedono di abbattere le barriere
architettoniche per permettere l’accesso con la carrozzina? Un ulteriore e
fastidioso ostacolo burocratico, si potrebbe pensare, ma forse solo un piccolo
passo nella costruzione di una nuova cultura della disabilita'. Che ha bisogno
di tutta la comunita' nel suo complesso, estetiste e medici inclusi.
(Ha collaborato Giorgio Bartolomucci)
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